L’intelligenza artificiale promette grande supporto e nuove opportunità nel settore sanitario. Come sfruttare tale potenziale sul piano tecnico, etico e nella quotidianità? E come dovremmo progettare l’intelligenza artificiale affinché sia di beneficio alle persone e non si riveli un danno? Thilo Stadelmann, cofondatore del nostro partner AlpineAI, Professore presso l’Università di scienze applicate di Zurigo (ZHAW) e Responsabile del centro di ricerca sull’intelligenza artificiale dell’università, ci aiuta a fare un po' di chiarezza in occasione di un colloquio online.
Thilo Stadelmann è Professore di intelligenza artificiale e apprendimento automatico presso la ZHAW School of Engineering di Winterthur. È Direttore fondatore del Centro di ricerca per l’intelligenza artificiale (CAI) e Responsabile del gruppo di ricerca per la percezione e la cognizione delle macchine. È (co)fondatore e fa parte del team direttivo di diverse organizzazioni in ambito digitale, tra cui la start-up AlpineAI che, insieme a HIN, ha lanciato la soluzione di intelligenza artificiale per il settore sanitario Swiss HealthAssist. Thilo Stadelmann fornisce consulenza a organizzazioni internazionali e a centri di ricerca su questioni di etica nell’intelligenza artificiale e sul futuro della società.
HIN: Signor Stadelmann, attualmente nei media si leggono numerosi avvertimenti: l’intelligenza artificiale elimina posti di lavoro, alimenta le fake news, è una scatola nera imprevedibile... Lei, al contrario, cerca di incoraggiare in positivo. Perché?
Thilo Stadelmann: Perché l’intelligenza artificiale è uno strumento, niente di più. Gli strumenti basati sull’IA simulano un comportamento intelligente ma non hanno alcuna consapevolezza. Non tolgono libertà né lavoro. La domanda fondamentale è: quanta responsabilità siamo disposti a delegare volontariamente? Quando chiedo a ChatGPT cosa dovrei mangiare oggi o indossare domani rinuncio a una parte della mia libertà e la delego all’intelligenza artificiale. Ma questa è una decisione che spetta all’umano. Siamo ancora agli albori e dobbiamo scoprire come integrare opportunamente questi sistemi nella nostra quotidianità. Privati, organizzazioni, settori, Paesi: sono tutti fermi a questo punto.
L’intelligenza artificiale si sta facendo strada anche nel settore sanitario. Perché le professioniste e i professionisti della salute dovrebbero integrare l’IA nella loro vita quotidianità?
L’obiettivo principale è quello di sgravare i lavori di cui nessuno si vuole occupare. Nessuno sceglie una professione del settore sanitario per scrivere pagine e pagine di referti. L’intelligenza artificiale sgrava laddove oggi le persone perdono molto tempo: negli obblighi di documentazione, nei compiti ripetitivi e nel riconoscimento di modelli. Supponiamo che un medico sia di turno da diverse ore e che si trovi a dover esaminare una radiografia. A quel punto, un assistente basato sull’intelligenza artificiale può essere d’aiuto: il medico può beneficiare di un metro di paragone con la propria valutazione. In questo caso, l’IA è un passo avanti. In futuro ci aiuterà probabilmente anche a sviluppare cose che ancora non esistono come, ad esempio, terapie o farmaci.
Un presumibile aumento di efficienza. Ma ciò non comporta anche un maggior numero di pazienti all’ora?
L’intelligenza artificiale offre l’opportunità di convogliare il tempo dove può essere utilizzato nel modo più sensato dal punto di vista medico e umano. Naturalmente, l’automazione porta maggiore efficienza. Ma i modi in cui si reimpiega questa efficienza possono essere diversi. Si può affermare: «Ottimo, ora che non devi più trascrivere tutto puoi trattare ancora più pazienti.» Oppure: «Fantastico, ho di nuovo più tempo per la singola paziente o il singolo paziente e posso quindi migliorare la mia prestazione laddove serve.» Non si tratta pertanto di una questione tecnologica bensì di una decisione direttiva e gestionale che spetta ai direttori delle cliniche e ai titolari degli studi medici, non ai fornitori degli strumenti o ai gestori delle piattaforme.
Lei allude al dominio delle aziende informatiche statunitensi e cinesi nell’ambito dell’intelligenza artificiale. La sovranità digitale è stata una motivazione a fondare AlpineAI?
La sovranità digitale o tecnologica consiste nel mantenere la libertà di scelta sui propri strumenti, ovvero non dipendere da fornitori globali che generalmente hanno sede negli Stati Uniti ma avere alternative locali. Leggi rigorose sulla protezione dei dati devono far sì che le alternative locali possano avere una possibilità e possano diventare abbastanza grandi da rappresentare vere alternative. E ritengo che ciò ci permetterà di ottenere una qualità migliore e costi inferiori. Oltre a queste argomentazioni economiche bisogna considerare anche la nostra volontà in qualità di pazienti. Vogliamo avere la sovranità sui nostri dati e non vogliamo che la compagnia assicurativa possegga automaticamente gli stessi dati che ha il medico. Per raggiungere questo obiettivo ritengo che le possibilità siano maggiori se disponiamo di alternative locali.
Come tutto ebbe inizio: gli albori dell’intelligenza artificiale
La scienza che, oggi, conosciamo come «intelligenza artificiale» ebbe inizio negli anni Cinquanta. Lo scienziato e matematico britannico Alan Turing e l’informatico americano John McCarthy fornirono un contribuito decisivo al suo sviluppo. Alan Turing pose una domanda determinante nel 1950: «Le macchine possono pensare?» A lui si deve il noto Test di Turing, con il quale propose un metodo per verificare se una macchina può simulare, in modo convincente, il comportamento del pensiero umano. John McCarthy, considerato il «padre dell’intelligenza artificiale», coniò il termine «artificial intelligence» nel 1956. Nello stesso anno organizzò una conferenza al Dartmouth College, considerata il punto di partenza ufficiale della ricerca sull’IA.
Lei stesso è estremamente impegnato sul tema dell’intelligenza artificiale e se ne occupa fin dalla sua gioventù. Cosa la spinge oggi?
All’epoca ero particolarmente affascinato dal fatto che l’IA potesse essere utilizzata per risolvere automaticamente problemi per i quali avrebbero dovuto altrimenti applicarsi le persone. Oggi si pone un secondo quesito: quale approccio adottiamo noi come società nei confronti di questo potente strumento? Sono convinto che l’intelligenza artificiale possa contribuire a un futuro molto positivo e vivibile se la usiamo correttamente.
Lei sostiene che dobbiamo imparare a usare l’intelligenza artificiale come strumento. Cosa intende esattamente?
L’intelligenza artificiale è come una motosega: uno strumento come tanti altri che ci aiuta a fare cose oltre le capacità umane. Quindi, in pratica, niente di speciale. Tuttavia interagiamo con l’IA su un piano che altrimenti sarebbe riservato agli esseri umani. I sistemi «parlano» con noi dandoci l’illusione di «capire» i nostri pensieri. Esistono persino persone che si sono innamorate di un sistema di intelligenza artificiale. Ecco perché dobbiamo capire che questi sistemi sono sviluppati proprio per darci questa illusione – e imparare a gestirli. La domanda cruciale che mi pongo, in qualità di scienziato e imprenditore, è: come possiamo sviluppare l’intelligenza artificiale in modo che possa fare del bene senza causare conseguenze negative come problemi psichici? Del resto, questa tecnologia è, in realtà, ancora un diamante grezzo, nonostante abbia già alle spalle 70 anni di sviluppo.
Per concludere vorremmo tornare al settore sanitario. Come potrebbe essere il sistema sanitario del futuro improntato sull’intelligenza artificiale?
Non credo che il personale del settore sanitario sarà sostituito dall’intelligenza artificiale. Piuttosto il contrario: oggi, le specialiste e gli specialisti sono oberati perché devono svolgere attività che non hanno nulla a che vedere con i loro compiti principali. Venendo meno tale sovraccarico potrebbero concentrarsi maggiormente su questi compiti fondamentali dai quali traggono soddisfazione e appagamento. Prendiamo il caso di uno studio medico: come paziente trascorro sempre volentieri quei 25 secondi all’accettazione con l’assistente di studio medico che mi dice dove posso sedermi e quanto tempo ci vorrà. In quel momento sono solo 25 secondi perché poi segue la scansione della tessera della cassa malati e altra burocrazia. L’intelligenza artificiale non renderà superflua la figura dell’ASM in carne e ossa ma farà sì che possa tornare a concentrarsi su ciò per cui ha intrapreso la professione. Lo stesso vale per i medici. Forse ci saranno sempre più robot in sala operatoria che eseguiranno instancabilmente una sutura perfetta dopo l’altra a «mano ferma» anche dopo turni di 27 ore. Ma, in linea di principio, non dovrebbe cambiare molto se non che avremo di nuovo più tempo per noi.